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Le montagne di Torino: paesaggio storico e contemporaneo delle Alpi Cozie

Le valli delle Alpi Cozie, ad ovest di Torino, sono state per secoli un territorio di passaggio tra la Francia e il Nord Italia. Il Passo del Moncenisio (2083 m slm), tra Susa (Piemonte) e Lanslebourg (Savoia) era attraversato da uno dei tracciati della Via Francigena, lo storico itinerario utilizzato dai pellegrini diretti a Roma dal Nord Europa. Nei secoli si susseguirono i passaggi di eserciti e personaggi illustri che varcavano le Alpi presso il Moncenisio o il Monginevro, alla testata della Val di Susa (1854 m slm), tra Cesana Torinese e Briançon, nel Delfinato. La posizione e l’importanza storica dei due collegamenti li resero particolarmente popolari nel XIX secolo, anche grazie a pubblicazioni in inglese tra cui Views of the route of Mont Cenis (Major Cockburn, 1822) e Illustrations of the Passes of the Alps, by which Italy communicates with France, Switzerland and Germany (William Brockedon, due volumi, 1828-29). Cockburn e Brockedon esplorarono le Alpi negli anni ’20, rappresentandone i paesaggi e descrivendone minuziosamente il territorio. Nel XIX secolo, gli scrittori di viaggio inglesi dedicarono crescente attenzione alla storia e alle condizioni di vita dei Valdesi delle valli piemontesi a Sud della Val di Susa (Cameron, 2000). Tra questi resoconti, probabilmente il più importante rimane Narrative of an Excursion to the Mountains of Piedmont in the Year XXIII, del Reverendo W. L. Gilly, abbellito dalle illustrazioni dell’artista dilettante Henrietta Fortescue. Nel 1838 William Beattie pubblicò The Waldenses, or Protestant Valleys of Piedmont, Dauphiny and the Ban de La Roche, with illustrations taken on the spot by W. H. Bartlett and Brockedon.

Venendo da ovest, la Val di Susa comincia al passo del Monginevro: la Dora Riparia scorre per 125 km verso est, confluendo nel Po a Torino. Il suo centro principale, Susa, é posizionato nella media valle, ai piedi del Moncenisio, e mostra per dinamica storica e posizione geografica diverse affinità con la città di Aosta. I viaggiatori ottocenteschi erano attratti dalle rovine romane, tra cui il famoso Arco di Augusto e l’anfiteatro, nonché dalle numerose chiese medievali. Cockburn produsse diverse vedute tra cui una stampa intitolata Susa che mostra la città dalla strada del Moncenisio. Da questo punto di vista l’arco romano e l’anfiteatro non sono visibili, mentre la monumentale cattedrale di San Giusto si staglia al centro, in sponda destra della Dora Riparia. Sulla destra della veduta Cockburn rappresenta un tratto delle antiche mura che un tempo circondavano la città, mentre sulla sinistra viene risaltata la nuova strada del Moncenisio, voluta da Napoleone, costruita nella roccia viva e di considerevole larghezza. La forma e l’inclinazione delle cime alpestri tutt’attorno sono enfatizzate per aggiungere carattere e romanticismo alla veduta, ma la successione delle cime inserite nella veduta mostra una buona aderenza con il paesaggio reale.

Cockburn Susa
Major Cockburn, Susa, 1822
Mont Cenis map
P.re Ch.les Picquet Fils, Carte Topographique et Militaire du Mont-Cenis (1822)
Susa oggi
Lo stesso paesaggio oggi

Al culmine della valle i viaggiatori potevano raggiungere la Francia attraverso il Monginevro, mentre attraverso la strada del Colle del Sestriere (2035 m asl), anche questa aperta da Napoleone, era possibile raggiungere la Val Chisone. Sestriere é il comune più alto d’Italia: oggi é un moderno centro di turismo invernale, mentre nel XIX secolo era caratterizzato da pascoli. Brockedon attraversò il passo, notando che ‘la pianura del colle é lunga circa due miglia, ed é ricca di pascoli: alla luce della luna, vedemmo diversi châlets’ (1833, p. 94). Quando scrisse il resoconto, Brockedon stava procedendo dalla Val Chisone, dove soggiornò a Traverses, Pragelato. Ritornò in Val Chisone nell’estate del 1837 mentre stava ripercorrendo a piedi il tracciato che nel 1689 seguì un gruppo di Valdesi alla guida del pastore Henri Arnaud, di ritorno dai territori dai quali erano stati scacciati dai francesi e dai Savoia tre anni prima. L’evento, celebrato dagli autori inglesi del XIX secolo come un memorabile episodio di resistenza protestante contro il Cattolicesimo, é ricordato come la ‘Glorieuse Rentrée’ (Il Glorioso Rimpatrio). Si tratta di un percorso molto popolare ancora adesso, in particolare tra i discendenti dei Valdesi, alcuni dei quali oggi residenti in Svizzera e Germania, dove i loro antenati si stabilirono ai tempi delle persecuzioni. Brockedon rappresentò il villaggio di Traverses, oggi frazione di Pragelato, attraversata dai Valdesi durante il loro rientro in patria.

Traverses Brockedon
William Brockedon, La Traverse, Val Prajelas, 1838
Pragelato oggi
Traverses oggi

Nonostante si tratti della rappresentazione di un evento storico, la scena é ambientata nella Traverses dell’Ottocento, quando Brockedon visitò la zona. Il punto di vista é dalla strada vecchia tra le frazioni di Traverses e Plan, più bassa dell’attuale Strada Statale 23 del Colle del Sestriere. Brockedon rappresenta la parrocchiale di San Lorenzo, già presente nel 1494 e usata come tempio Valdese tra il 1560 e il 1685 circa. Fu poi ricostruita come chiesa cattolica nel 1688 da Luigi XIV, nel periodo in cui la Val Chisone faceva parte del Delfinato francese. Successivamente alla visita di Brockedon, nel 1842, il campanile fu rialzato dall’architetto Bianchi delle Fortificazioni Militari di Fenestrelle. Nella stampa l’orientazione della chiesa e la sua struttura sono simili alla situazione attuale, ma il campanile è più corto e tozzo. Il villaggio è costruito su di un ripido pendio sull’ampia valle del Chisone, dove il torrente scorre libero e non delimitato da argini. Secondo testimonianze locali, la zona in passato era utilizzata per la produzione di fieno ed era sovente soggetta alle piene del Chisone. Il versante al di sopra, esposto a nord, era caratterizzato da conifere, in particolare larici (Larix decidua), ancora presenti in abbondanza. Attualmente sono presenti alcune piste da sci nordico e trampolini per il salto con gli sci utilizzati anche in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006.

Dopo Pragelato la strada del Sestriere attraversa diversi villaggi della Val Chisone, superando lo spettacolare Forte di Fenestrelle e raggiungendo Perosa Argentina, alla confluenza dei Torrenti Chisone e Germanasca. A differenza di altre valli delle montagne di Torino, buona parte della Val Germanasca, remota e di difficile accesso, ha risentito relativamente dell’impatto paesaggistico dell’industria dello sci. Insieme alla Val Pellice, di cui rimangono numerose rappresentazioni ad opera di Bartlett, la Val Germanasca sorge nel cuore del territorio valdese. Brockedon percorse a piedi la valle, raggiungendo il villaggio di Balziglia, teatro di una famosa battaglia tra i Valdesi e l’esercito francese nel 1686. A Balziglia si rifugiarono i Valdesi guidati da Arnaud durante il Glorioso Rimpatrio di tre anni dopo, resistendo intrepidamente per tutto l’inverno. Situata a circa 1400 slm, Balziglia sorge alla confluenza di due torrenti in una valle laterale della Val Germanasca. Oggi é una destinazione molto popolare tra gli escursionisti, ma nella stagione invernale é disabitata e la strada chiusa per il pericolo di valanghe.

Brockedon Balsille
William Brockedon, The Balsille, 1838
Balziglia oggi
Balziglia oggi 

Martin Hardie at Arquata Scrivia, Prima Guerra Mondiale

Arquata Scrivia é un grosso centro del Basso Piemonte, Provincia di Alessandria, al confine con la Liguria. Il suo territorio, prevalentemente collinoso ma con vaste aree semipianeggianti, giace alla base degli Appennini, a pochi km dalla confluenza tra i torrenti Scrivia e Borbera. Nel 1917 l’esercito britannico stabili’ qui un’importante base militare a supporto del contingente impegnato a fianco dell’Italia durante il primo conflitto mondiale. Il comando centrale era situato a Palazzo Spinola, nel centro del paese, mentre la chiesa di Sant’Antonio, risalente al XV secolo, fu utilizzata come negozio di alimentari e tabacchi. L’edificio della locale Societá Operaia di Mutuo Soccorso diventò la ‘House of the British Soldier’. Lo storico dell’arte e collezionista Martin Hardie (1875-1952) é stato ufficiale dell’esercito durante la Prima Guerra Mondiale, raggiungendo il grado di capitano. Hardie, che era figlio di due storici dell’arte, studiò materie classiche al Trinity College, Cambridge, dove si laureò nel 1898. Una volta laureatosi, Hardie iniziò la sua carriera presso la biblioteca del Victoria and Albert Museum dove lavorò per 37 anni. Nel 1922 fu nominato ‘keeper of the combined departments for painting, and of engraving, illustration and design. Nel 1907 fu eletto membro della Royal Society of Painter-Etchers and Engravers. Nella sua vita pubblicò un consistente numero di lavori, di cui probabilmente il più famoso é Watercolour Painting in Britain, pubblicato in tre volumi tra il 1966 e il 1968. Nel 1920 Hardie curò le illustrazioni di Our Italian Front, dedicato alla campagna d’Italia durante la Prima Guerra Mondiale; il titolo riporta che il tema é ‘illustrato da Martin Hardie’ e ‘descritto da Warner Allen’. Il libro é prevalentemente ambientato nei campi di battaglia del Nord-Est, ma alcune sezioni descrivono la vita presso la base di Arquata, come nel caso della sezione introduttiva:

‘Per quel che riguarda i Britannici, il centro e il cuore dell’intera organizzazione e’ad Arquata Scrivia, un villaggio costruito su di una scarpata montuosa lungo la linea tra Genova e Milano. La prima volta che visitai Arquata Scrivia, qualche settimana dopo la partenza del corpo di spedizione Britannico in Italia, c’erano giá numerose truppe, e diversi accampamenti con tende nacquero nei campi attorno (1920, pp 16-17).’

Poco dopo l’arrivo degli inglesi ‘il vecchio paese é quasi completamente sparito dietro ammassi di merci e materiale’ e ‘una grande parte delle insegne in italiano dei negozi é stata sostituita dall’inglese […] C’era abbondanza di qualunque cosa un esercito avesse bisogno’ (p. 21). I treni ‘che da sempre sono stati gestiti in modo spensierato’ (p. 17) ‘non arrivavano più con ore di ritardo’ e ‘cessarono le misteriose sparizioni di interi vagoni’. (p. 21).

Il libro ha diverse illustrazioni di Arquata dintorni, di cui quattro relative al centro del paese. Una di queste é intitolata ‘La Strada degli Archi’ e mostra la stretta e buia strada interna del borgo con un portale ad arco. Una breve annotazione descrive la veduta: ‘Una via laterale che porta al Quartier Generale della base. Con i suoi portali ad arco da entrambi i lati e la colorazione calda degli edifici, sembrava quasi moresca nel suo aspetto – e anche nei suoi odori. Ma, come qualcuno disse, “L’Oriente comincia in Italia”.

Arquata Arches
Martin Hardie, The Street of Arches

Un’altra illustrazione mostra il panorama della cittá dalle colline sovrastanti ed é intitolata ‘Ombre al tramonto, Arquata’. Una descrizione a margine ci informa che ‘Arquata sorge all’ombra di una collina che ha una torre in rovina al suo culmine. Dai sentieri lungo la collina la vista spazia oltre i tetti rossi, verso il punto dove le colline degradano verso la grande pianura del Nord Italia’.

Arquata evening shadows
Martin Hardie, Evening Shadows, Arquata

Il disegno originale (matita e acquerello) ed altre vedute liguri e piemontesi di Martin Hardie, sono conservati presso l’Ashmolean Museum di Oxford. Quando il libro fu pubblicato la veduta originale apparteneva a ‘H.M. The Queen’, come anche riportato dall’autore nell’elenco delle illustrazioni all’inizio del libro.

Un’altra veduta di Arquata mostra la strada principale, Via Libarna, con i suoi alti palazzi, la gente indaffarata e la lontana visione di una cima appenninica. L’identificazione di questa veduta é stata facilitata da una vecchia fotografia riportata in un pannello illustrativo. In seguito a modifiche avvenute nel dopoguerra, alcuni edifici ed elementi del paesaggio urbano rappresentati da Hardie sono stati abbattuti. Tra questi c’é una fontana, descritta nel testo come ‘la fontana dove le massaie italiane chiacchieravano tra secchi d’acqua’ (1920, p. 20).

Arquata Main Street
Martin Hardie, The Main Street, Arquata
Arquata panel
Arquata Scrivia: confronto tra la veduta di Hardie e una foto storica riportata in un pannello illustrativo
Arquata view city
Via Libarna, Gennaio 2017

Altre vedute di Hardie sono sparse tra collezioni private e librerie antiquarie. Queste riguardano principalmente i dintorni di Arquata. La distribuzione delle vedute dimostra come Hardie si spingeva lungo i solchi vallivi alla ricerca dei migliori punti di vista, in particolare nella Valle Spinti, una valle laterale dello Scrivia.

Arquata map
La distribuzione dei disegni di Martin Hardie nei dintorni di Arquata

Le vedute sono state identificate durante diverse uscite sul campo, in particolare nella zona di Varinella e Chiapparolo, a cui é riferito un acquarello intitolato ‘Chiapparolo, Martin Hardie, 5/2/18’.

Arquata Chiappaorlo
Chiapparolo, Martin Hardie, 5/2/18
Chiappaorlo today
Chiapparolo, Gennaio 2017

Nonostante diversi elementi della veduta sembrino confermare l’attribuzione della veduta, in particolare il titolo, ma anche l’aspetto della chiesa e la posizione del borgo rispetto alle montagne circostanti, la precisa localizzazione del punto di vista non é ancora stata individuata. Il punto di vista é probabilmente da un ampio spazio prativo a Nord Est del villaggio. Ci sono tuttavia delle discrepanze tra la veduta di Hardie e il paesaggio attuale. Il prato degrada leggermente verso il fondo valle e il punto di vista é al di sotto del villaggio; questo impedisce una visione completa della chiesa e delle montagne retrostanti, cosa invece mostrata nell’acquerello. Una delle montagne che circondano il villaggio é caratterizzata da fenomeni erosivi (calanchi), che caratterizzano la bassa Valle Spinti. La diffusione di questa particolare formazione nella zona é confermata dalla foto satellitare di Google Earth, dove gli affioramenti bianchi che indicano la presenza di calanchi si estendono sia a Nord che a Sud dell’abitato di Chiapparolo

Chiapparolo calanches
Il villaggio di Chiapparolo circondato dai calanchi da una foto satellitare

Con la fine della guerra, nel 1920, gli inglesi lasciarono Arquata. Alcuni di loro morirono di influenza spagnola nel 1918-19. I caduti in battaglia, e i morti di influenza, furono seppelliti nel cimitero di guerra britannico, che sopravvive ancora oggi (https://www.cwgc.org/find-a-cemetery/cemetery/70500/ARQUATA%20SCRIVIA%20COMMUNAL%20CEMETERY%20EXTENSION).

Arte topografica, fotografia storica e storia del paesaggio: il caso di Briga nelle Alpi Liguri

Briga, o La Brigue, oggi è un comune del dipartimento francese delle Alpi Marittime situato a 800 metri slm; fino al 1947 il comune sorgeva in territorio italiano, ma divenne francese in seguito ad un referendum. Il villaggio è l’oggetto di un acquerello di fine ottocento firmato da G. Pinotti conservato presso l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, Biblioteca Bicknell di Bordighera. La veduta riprende il villaggio da ovest, lungo la strada che collega la Val Lavenza con Saint Dalmas de Tende, lungo la Val Roja. Il ponte sul Lavenza, rappresentato in modo dettagliato, mostra due archi irregolari e un parapetto lungo i due lati. Delle due edicole disegnate da Pinotti solo una sopravvive oggi, lungo la riva sinistra del torrente e dedicata a Sant’Elmo. La veduta include gli elementi più rappresentativi del paesaggio di Briga. La chiesa in primo piano, con il campanile a punta, è la parrocchiale di San Martino, di origine medievale ma ricostruita alla fine del quattordicesimo secolo. Gli altri due campanili appartengono rispettivamente alla Cappella dell’Assunta (sinistra) e alla Cappella dell’Annunziata (destr), entrambe del diciottesimo secolo. A dominare il villaggio è il medievale castello che appartenne alla nobile famiglia dei Lascaris di Ventimiglia. Sullo sfondo a chiudere la valle si intravede il Monte Saccarello (2200 m slm, il monte più alto della Liguria) lungo l’attuale confine tra Italia e Francia.

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G. Pinotti, Briga, Biblioteca Museo Clarence Bicknell

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Briga dallo stesso punto di vista di Pinotti oggi

Nella veduta di Pinotti il paesaggio intorno al villaggio è prevalentemente aperto, con estesi terrazzamenti e affioramenti rocciosi lungo i due lati della valle. La geologia della zona è caratterizzata dai calcari giurassici del massiccio del Marguareis. Il letto del torrente oltre il ponte è completamente secco e non presenta segni di arginatura artificiale. Lungo il suo lato destro c’è un’evidente scarpata erosa con pochi cespugli. Il versante destro della valle (a sinistra nella veduta) è leggermente più dolce del lato opposto. Sopra Briga un sentiero passa vicino al castello e risale un ripido pendio verso la testata della valle e il Monte Saccarello, nella zona di Realdo, Verdeggia e Triora nell’alta Valle Argentina. La parte alta di questo versante è coperta da un esteso bosco composto da alberi verde scuro, probabilmente conifere. Oggi la superficie boscata è molto maggiore e secondo la Carte forestiere di La Brigue (2006) è prevalentemente composta da abete rosso (Picea abies) nella parte alta, mentre il pino silvestre (Pinus sylvestris) caratterizza il basso versante.

Pinotti rappresenta estesi terrazzamenti lungo i due versanti della valle e in particolare lungo il pendio opposto al villaggio, sopra il torrente. Quest’area, esposta a sud, è chiamata Ciappea, ed è storicamente nota per gli estesi vigneti che crescevano sui terrazzamenti rappresentati da Pinotti. Abbiamo visitato la zona a Maggio 2018 e abbiamo confrontato la situazione attuale con il paesaggio di Pinotti. I terrazzamenti sono ancora distinguibili, anche se sono quasi del tutto abbandonati e molti muri sono crollati. Alcuni vigneti, invasi dalla vegetazione, sono ancora visibili. Data l’esposizione meridionale la zona è caratterizzata da un’alta biodiversità, con la coesistenza di specie alpine e mediterranee. Tra i cespugli, particolarmente significativi sono il ginepro (Juniperus communis) e la rosa canina (Rosa canina), mentre esemplari giovani di varie latifoglie tra cui il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), il frassino (Fraxinus excelsior), l’acero di monte (Acer pseudoplatanus) e la robinia (Robinia pseudacacia) stanno progressivamente ricolonizzando il pendio un tempo coltivato. Il pino silvestre ricorre raramente in questa zona, mentre alcune piccole piantagioni ad abete e cedro sono il risultato di rimboschimenti in aree private. In generale, i terreni di Ciappea hanno un alto tasso di biodiversità; è ipotizzabile che in futuro le specie erbacee prenderanno il sopravvento, sottraendo spazio e luce alle specie erbacee e causandone una loro progressiva diminuzione.

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Terrazzamenti a Ciappea, con piccolo bosco artificiale di cedri sullo sfondo
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A Ciappea sopravvivono piante di vite sopraffatte da piante erbacee spontanee
Briga River and vegetation
Località Ciappea e Torrente Lavenza oggi

Il territorio delle Alpi Marittime ha richiamato l’attenzione dei botanici dal diciannovesimo secolo. La distribuzione di diverse piante è riportata da John Ball nel suo Guide to the Western Alps, pubblicato nel 1863. Il collezionista di piante Reginald Farrer (1880 – 1920) descrisse Briga nel suo Among the Hills (1911, pp. 255-7). Farrer osservò che la valle di Briga era ‘Penso calcarea dall’inizio alla fine, con l’eccezione di un affioramento granitico all’inizio della valle’. Farrer usò la guida di Ball per localizzare i siti con la maggiore disponibilità di piante rare. La prima edizione della guida riporta la presenza di Saxifraga cochlearis, descritta come ‘una delle rarissime piante che si trovano nei dintorni del villaggio di Tenda’, mentre non viene fatta alcuna menzione del territorio di Briga. La seconda versione pubblicata nel 1898 e rivista da W A B Coolidge fornisce invece alcune informazioni su Briga, definita ‘pittoresca’ e ‘raccolta intorno ad un alto campanile e dominata dalla torre di un castello in rovina’ (Ball 1898, p. 7). Secondo questa guida ‘Briga negli ultimi anni è diventata un luogo di turismo estivo e la sua valle abbonda di piante rare’. Al contrario, un irritato Farrer non trovo ‘nulla degno di menzione dalla valle di Briga. Si tratta, è vero, di una deliziosa passeggiata di un miglio e mezzo da San Dalmazzo; e l’alloggio è piacevole, circondato da giardini e pergolati dove poter godere della brezza estiva che raramente manca da queste parti. Ma abbiamo arrancato per un immenso versante rivestito di vigneti per trovare, in questi versanti calcarei, niente più di quello che abbiamo abbondantemente trovato altrove’ (Farrer, pp. 255-6). La descrizione di Farrer coincide con altre informazioni documentarie relative ai vigneti di Briga e con l’acquerello di Pinotti.

Le descrizioni della zona da parte di geografi e scrittori di viaggio nell’ottocento enfatizzano l’importanza della pastorizia per l’economia locale, descrivendo i pastori quasi come se fossero figure mitologiche. Bertolotti (1834, volume 1, pp. 87-8) definì Briga come ‘il centro della pastorizia nelle Alpi marittime’, citando un anonimo viaggiatore che riportò che “Fuor d’ogni comunione con gli stranieri, gli abitatori di Briga hanno serbato gli antichi costumi ed un vero amore per la vita pastorale. Di cinquecento famiglie, ond’è composta quella popolazione, trecento non ad altro attendono che alla cura delle greggie, da immemorabil tempo di padre in figliuolo’. Ne’ pascoli d’estate, que’ pastori rimangono dì e notte a cielo scoperto. Dentro gli antri delle rupi vicine essi ripongono il latte, ovvero fabbricano colle cortecce degli alberi un tetto basso e meschino, sostenuto da sassi. Questi sono gli unici ricoveri di questa dura progenie nell’imperversare della bufera. Selvaggio è il loro aspetto, solitaria la vita loro’.

Quasi un secolo dopo, nella loro dettagliata descrizione della Val Roja, Edward e Margaret Berry (1931, edizione italiana, p. 64-5) informano che ‘Briga è famosa per la fertilità del suolo e per la qualità del vino’, mentre un altro importante prodotto è la lana, esportata fin da tempi remoti a Nizza e Marsiglia. ‘La maggior parte degli uomini di Briga sono pastori, un’attività ereditaria che è sempre stata esercitata dagli abitanti di questa località. Custodiscono le pecore sulle colline tiepide della Riviera durante l’inverno e sui prati delle alte montagne durante l’estate’. Un altro prodotto importante di queste terre è il miele, che ‘gode di buona reputazione nelle città costiere. La lavanda selvatica cresce in gran quantità sulle colline; vien colta durante il mese di agosto e se ne traggono profumi’.

Pastori e greggi in Riviera divennero un soggetto molto popolare tra i fotografi che lavorarono a Ponente a cavallo dei due secoli. Alfred Noack, ad esempio, riprodusse diverse scene pastorali in Riviera, tra cui una fotografia intitolata ‘Pastori di Briga Alta’, Imperia, conservata presso gli Archivi Alinari (https://www.alinari.it/it/dettaglio/KRQ-F-001299-0000?search=bfad8b37e6f355331e1568e6e7a9cd44&searchPos=1). Un’altra fotografia a soggetto simile è conservata alla National Gallery, Scotland; qui un pastore è circondato da capre e pecore al pascolo sotto alcuni grossi alberi di ulivo (link originale https://www.nationalgalleries.org/art-and-artists/119406/pastore-con-capre-e-pecore-shepherd-goats-and-sheeps).

Shepherd National Gallery

John Ball (1863) A Guide to the Western Alps, Longman, London

John Ball (1898) A Guide to the Western Alps, (Revised ed by W A B Coolidge, Longmans, London

Edward and Margaret Berry (1931) At the Western Gate of Italy, John Lane, London.

Davide Bertolotti (1834) Viaggio nella Liguria Marittima, Torino

Reginald Farrer (1911) Among the Hills: A Book of Joy in High Places, Swarthmore Press, London.

Institut national de l’information géographique et forestiére (2006) Localisation de 32 types de formations végétales en France métropolitaine

 

‘Ricordo della Valle Scrivia’: Elizabeth Fanshawe a Busalla, 1830

L’artista dilettante inglese Elizabeth Fanshawe (1779-1856) attraversò diverse volte l’Appennino Genovese e la Valle Scrivia tra il 1829 e il 1831 durante un lungo viaggio attraverso l’Europa (Francia, Svizzera e Italia del Nord) insieme alle sue sorelle Penelope e Catherine Maria. Le sorelle partirono da Calais nell’Agosto 1828 dirette a Nizza dove passarono l’inverno prima di raggiungere Genova attraverso la Riviera di Ponente nel Maggio del 1829. Da Genova le Fanshawe attraversarono l’Appennino lungo la Valle Scrivia, raggiungendo la Svizzera a Luglio. Nell’autunno dello stesso anno fecero ritorno a Genova, probabilmente attraverso il Passo della Bocchetta e si diressero in Toscana lungo la strada Aurelia, nella Riviera di Levante. Dopo un inverno passato in Toscana intrapresero il loro viaggio di ritorno verso l’Inghilterra attraverso la Liguria (Maggio 1830), la Svizzera e la Francia, raggiungendo infine la madrepatria nel 1831. Abbiamo ricostruito il viaggio sulla base di una lista di disegni datati prodotti da Elizabeth Fanshawe, tra cui 32 relativi a paesaggi liguri. Elizabeth Fanshawe fece almeno nove vedute topografiche dell’area delle Valli Polcevera, Lemme e Scrivia. Tra queste, alcune hanno un titolo che identifica l’area rappresentata che è stata poi confermata tramite diverse indagini di terreno; ricordiamo ad esempio Borgo Fornari, Giro del Romano (Ronco Scrivia), Creverina, Isola del Cantone e Romanella.

Un disegno della serie relativa alla Valle Scrivia è piuttosto diverso dagli altri sia per lo stile che per il titolo riportato. Si tratta di un disegno a matita e inchiostro intitolato ‘Recollection Val di Scrivia’ (Ricordo della Valle Scrivia); il punto di vista è stato localizzato sul ponte sul Torrente Busalletta a Busalla, edificato nel diciannovesimo secolo con la costruzione della Strada Regia dei Giovi. La veduta non è datata ed è diversa per stile dagli altri disegni, che sono acquerellati. Il titolo suggerisce che la veduta possa essere stata prodotta in un secondo tempo durante il viaggio o addirittura a viaggio concluso, in Inghilterra. In primo piano campeggia il ponte a schiena d’asino a singola arcata sul Busalletta a Busalla. A metà del ponte Elizabeth Fanshawe riporta con dovizia la piccola edicola, ancora presente, posta a protezione del manufatto e per dare conforto ai viaggiatori. La chiesa sulla destra è la parrocchiale di San Giorgio, risalente al sedicesimo secolo e ampliata tra il 1828 e il 1829, poco prima che Fanshawe visitasse Busalla. Sulla sponda opposta dello Scrivia la chiesa di Sarissola, anch’essa dedicata a San Giorgio. Il campanile della chiesa di Sarissola oggi è appena visibile dal punto di vista della Fanshawe, nascosto tra alberi, nuovi edifici e fabbriche. Sullo sfondo è appena abbozzata la bastionata conglomeratica del Reopasso (956 m), con la Biurca, la Carega do Diao e l’Anchise. È possibile che il termine ‘Recollection’ indicasse piuttosto il ricordo della Valle Scrivia che questo particolare scorcio riportava alla mente dell’artista, con il ponte, le chiese, il torrente e le montagne, tutti elementi particolarmente significativi del paesaggio dell’Appennino Ligure.

Untitled

Elizabeth Fanshawe. ‘Recollection Val di Scrivia’ / ‘5’ (3 Giugno 1829 / Ottobre 1829 / Maggio 1830), collezione privata

Viewpoint today

Diario di un inglese sugli Appennini: Frederic Lees a Torriglia, 1911

Frederic Lees é stato un giornalista e scrittore inglese che attraversó la Liguria a piedi nel 1911 pubblicandone un resoconto che ebbe piuttosto successo. Nel suo viaggio, Lees si avvalse di una guida personale di cui abbiamo solo le iniziali, ‘J. K.’, ma sappiamo che era membro della Societá Ligure di Storia Patria di Sanremo. Il libro, intitolato Wanderings on the Italian Riviera (1912) comprende sessanta fotografie ad opera dell’autore e celebra l’idea di ‘viaggio lento’, particolarmente popolare tra la tarda etá Vittoriana e quella Edoardiana, come esemplificato da alcune pubblicazioni molto famose tra cui Tre Uomini in Barca di Jerome K. Jerome (1889). Durante il suo soggiorno genovese nel mese di Marzo, Lees colse l’occasione per visitare il Genovesato, esplorando le valli interne del Bisagno e dello Scrivia, all’epoca sempre più popolari come luoghi di villeggiatura in Estate. Lees giunse fino a Torriglia, di cui ci ha lasciato una descrizione storico-geografica molto accurata, probabilmente la prima in lingua inglese di cui si sia a conoscenza.

A differenza della bassa Valle Scrivia ligure, l’area a monte di Casella era generalmente sconosciuta ai viaggiatori inglesi. Grazie alla presenza della Strada Regia dei Giovi, inaugurata negli anni venti dell’Ottocento, e della Ferrovia Genova Torino (1853) attraverso la Val Polcevera, il valico dei Giovi e la Valle Scrivia, un numero crescente di viaggiatori attraversava e spesso sostava nei borghi del fondovalle tra cui Busalla, Ronco e Isola. Torriglia sorge in una posizione marginale dell’Alta Valle Scrivia alle falde del Monte Antola. Il modo più veloce per raggiungere Torriglia da Genova é attraverso la Val Bisagno, a est della cittá e il Passo della Scoffera (674 m), un territorio che nonostante diversi progetti tra cui quello di una ferrovia, soffre ancora adesso di vie di comunicazione piuttosto lente.

Lees decanta Torriglia come luogo ‘incantevole in ogni momento dell’anno, eccetto nello sterile silenzio dell’inverno: uno di quei luoghi che seppur non significativamente attraenti, hanno una storia da raccontare e rimangono impressi nella memoria’ Per sfortuna di Lees, le montagne dell’entroterra genovese a Marzo sono ancora spoglie e i colori spenti, com’ebbe lui stesso a notare affermando che ‘la Natura non ha neanche in minima parte mostrato i suoi più bei colori mentre stavo risalendo la Val Bisagno verso Torriglia’ (1912, p. 242). Apprezzó, tuttavia, la lenta mutazione del paesaggio e la transizione tra cittá e campagna, anche se notó che la Val Bisagno era giá ‘deturpata dalle industrie’ e le sponde del torrente ‘sfigurate’ da industrie e attivitá varie (1912 p. 243). Erano quelli i tempi dello sviluppo industriale e dell’espansione urbana di Genova, all’epoca tra le cittá più ricche d’Italia, e da lí a poco sarebbe stata proclamata la Grande Genova (1926), con l’unione di 26 comuni, tra cui alcuni della Val Bisagno, per un totale di 580.000 abitanti. La fotografia della valle, presa dalle alture genovesi subito sotto il Righi, mostra la zona tra Marassi e il Cimitero di Staglieno. All’epoca la zona stava vivendo una rapida espansione urbanistica anche se, a differenza della situazione attuale, il letto del torrente era ancora relativamente ampio e aperto.

Bisagno Lear
Frederic Lees, Valley of the Bisagno, Genoa (1912)
Bisagno today
La Val Bisagno oggi (Pietro Piana, Dicembre 2017)

Camminando verso monte, Lees raggiunse La Presa, cosí chiamata perché da qui l’acquedotto Genovese attingeva la sua principale fonte idrica.  Lees nota che l’acquedotto, oggi in parte rimaneggiato, é una presenza costante e impossibile da non notare nel paesaggio della valle. Passata La Presa il paesaggio muta e assume ‘un aspetto più naturale’ con le sponde del Bisagno coperte di erica e circondate da fitti boschi di castagno con ‘milioni e milioni di primule e boscaioli al lavoro’. L’attivitá di taglio del bosco, all’epoca molto diffusa, garantiva la giusta insolazione per fiori primaverili come le primule. Una volta valicata la Scoffera Lees cominció a scendere verso l’Alta Valle Scrivia nel versante opposto, lungo una strada ‘resa piacevole da questi fiori, alternati occasionalmente a macchie di profumate violette (1912, p. 243).

Una volta a Torriglia, Lees apprezzó le preziose nozioni riportate da Davide Bertolotti nel suo il Viaggio nella Liguria Marittima (1834), una guida di viaggio che costituisce ancora oggi una delle fonti più importanti per lo studio del paesaggio storico della Liguria. Nel 1911 la guida era abbastanza datata, e Lees osservó che il paese ‘oggi (é) senza dubbio meno primitivo di quanto non lo fosse quando Bertolotti lo visitó’, sopratutto per merito della ‘bella strada nazionale che mette (Torriglia) a contatto con la civiltá’ (1912 p. 244 – 245). A Nord della Scoffera, Lees cita da Bertolotti, ‘le acque si avviano all’Adriatico’ e ‘larghe selve di castagni vestono le coste del monte, e si fanno più folte ove in fondo alla valle passammo l’influente maggior della Scrivia’. La coltivazione del castagno ha rappresentato per secoli la principale fonte di sostentamento per le povere popolazioni d’Appennino. Se la Riviera gode di un clima mite durante tutto l’anno, che permette diversi tipi di coltivazioni, tra cui la vite e l’olivo, il versante settentrionale dell’Appennino é caratterizzato da un clima più rigido, in particolare in inverno. All’epoca di Lees questo contrasto era ancor più accentuato di oggi, e nonostante il fenomeno crescente della villeggiatura, le montagne della Scrivia e della Trebbia stavano vivendo in quel periodo l’inizio di quello spopolamento che divenne particolarmente significativo dagli anni venti e che solo recentemente parrebbe essersi fermato.

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Il nascente fenomeno della villeggiatura é testimoniato da alcune ville costruite da ‘genovesi agiati che hanno scelto per le loro residenze estive alcuni dei punti più deliziosi, in posizione sopraelevata, con la vista sulla valle e sulle distanti colline color violetto’ (1912, p. 246). La caratteristica principale del paesaggio di Torriglia é il suo castello, che si puó ammirare particolarmente bene da un ‘sentiero vicino ad un torrente al di sotto di un piccolo gruppo di case, conosciuto come Torriglia Vecchia, alla testata della valle’ (1912 p. 246). Oggi questa é la strada che collega Torriglia ai paesi dell’Alta Val Trebbia, in particolare Bavastri, Bavastrelli, Caprile e Propata. Ci siamo recati in zona in una giornata soleggiata di Dicembre, alla ricerca del punto di vista di Lees. La visione del castello dallo stesso punto é ostacolata da alcuni alberi cresciuti di recente, ma la strada offre molti altri scorci che permettono un confronto tra la situazione attuale e la fotografia storica. Seppur giá in rovina, il castello al tempo di Lees conserva ancora la sua forma, con le mura e la torre principale ancora in discrete condizioni. Nella foto, il castello si erge sull’apice di una collinetta che si presentava completamente sgombra di vegetazione anche per garantire la massima visibilitá a fini militari. Nel 1911 il castello era in abbandono dal 1797, data della soppressione dei Feudi Imperiali. Lees ci riporta un dettagliato rendiconto delle vicende storiche del castello, di cui si ha prima menzione in un documento del 972 e che per secoli é appartenuto alla famiglia dei Fieschi. In un assolato pomeriggio di Giugno i ‘rivoluzionari’ assalirono il castello, danneggiandolo, e quella stessa notte i ladri ‘completarono il lavoro di distruzione’ (1912, p. 255).

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Frederic Lees, Feudal Castle, Torriglia, 1912
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Il Castello di Torriglia oggi (Pietro Piana, Dicembre 2017)

Oggi il castello versa in condizioni ancora peggiori, ma si staglia ancora sulla collina a dominare l’abitato di Torriglia. Il paesaggio della collina é ancora aperto e il vasto prato che circonda il castello a monte é ancora regolarmente sfalciato. Se paragonato ad altre aree dell’Appennino, l’anfiteatro di Torriglia, esposto a Sud, é ancora in parte sfruttato a fini agricoli. Tuttavia i segni dell’abbandono sono tangibili anche qui, come nel caso della montagna che sorge dietro il castello e che fa in parte da sfondo alla fotografia, identificata nel Monte Spigo (1124) tra Torriglia e la Val Pentemina. Nella foto il monte é completamente aperto e in parte terrazzato. Lo stesso territorio oggi é invece coperto da un bosco misto di latifoglie tra cui il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), la Rovere (Quercus robur), il Castagno (Castanea sativa) e il Nocciolo (Corylus avellana). Nella foto di Lees la traccia bianca della strada carrozzabile é ben visibile, circondata da campi aperti ed edifici isolati; la stessa strada attualmente é appena visibile dalla stessa posizione a causa della presenza di nuovi edifici e giardini con conifere ornamentali. La chiesa di Torriglia, dedicata a Sant’Onorato, é un’altra caratteristica preminente del territorio, sia nella foto storica che nel paesaggio attuale.

L’aria di montagna ‘pulita e inebriante’ incoraggió Lees a ‘procedere ulteriormente, miglio dopo miglio’ sulle orme di Bertolotti, al punto che fu quasi tentato di raggiungere la cima del Monte Antola, a 1597 metri di quota. Il monte ha una flora particolarmente ricca, in particolare di piante medicinali, e il suo nome deriva probabilmente dal greco Anthos (fiore). Attualmente l’area é compresa dentro i confini del Parco Naturale Regionale del Monte Antola, istituito nel 1995 per proteggere l’ambiente naturale e il paesaggio delle alte valli Scrivia e Trebbia. Torriglia, dove si trova la sede scientifica dell’Ente Parco, é un punto di partenza ideale per esplorare il parco e godere di un paesaggio alpestre a meno di 40 km dal mare.

(per maggiori informazioni http://www.parcoantola.it/)

L’ascesa del Monviso (3843 m) da parte di H. H. West e di R. W. West nel 1898

La biblioteca di Garessio, Piemonte, conserva i diari delle prime ascese del locale Club Alpino, tra cui il resoconto di un’ascesa al Monviso scritto in lingua inglese. Il documento, datato 22 Settembre 1898, si riferisce all’escursione compiuta da H. H. West e sua cognata, Mrs R. W. il 31 Agosto e 1 Settembre dello stesso anno. Il marito di Mrs West era il famoso artista irlandese Richard Whately West (1848-1905) che visse ad Alassio negli anni ’90 dell’800 e nel 1895 sposò Gertrude Ellen Ragg, figlia di un sacerdote anglicano di Bordighera. I coniugi West risiedevano in una villa a pochi passi dalla spiaggia di Alassio, località dove ancora oggi sono conservati 76 dei quadri di West, esposti alla Galleria Richard West, costruita nel 1907. Il fratello maggiore di Richard, H. H. West, afferma di essere membro del Circolo Alpino di Garessio e dell’Alpine Club di Londra (1857). Alla fine dell’800 Garessio divenne una località molto popolare tra i visitatori stranieri che potevano recarvisi con relativa facilità partendo dalla costa grazie alla presenza della ferrovia.

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Il simbolo del Circolo Alpino di Garessio

La ferrovia permetteva collegamenti veloci con altre parti del Piemonte, permettendo ad escursionisti e amanti della montagna di raggiungere diverse località montane delle Alpi. Il Signor West e sua cognata raggiunsero Saluzzo con un treno in partenza da Garessio alle sei del mattino che impiegò otto ore di viaggio. Da Saluzzo, i due raggiunsero Crissolo in carrozza, dove si fermarono per la notte all’Albergo del Gallo. Il padrone dell’albergo, Signor Pilatone, si rivelò persona “estremamente servizievole e piacevole”, anche se fece pagare loro una cifra “esorbitante” per il vitto. West e cognata ingaggiarono una celebre guida locale, Claudio Perotti, e due portatori, e partirono il giorno dopo alle nove del mattino. Durante la marcia si fermarono a sostare per il pranzo, assistendo al “curioso spettacolo” di un camoscio che risaliva velocemente un pendio inseguito dal cane da caccia di Perotti, di cui è conservata una fotografia.

 

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La guida Perotti e il suo cane

Dopo pranzo gli escursionisti proseguirono l’ascesa: “up, up, up, Excelsior, Excelsior”, scrive West citando la poesia Excelsior, di Longfellow, messa in musica da Michael Balfe e molto popolare nel tardo periodo Vittoriano. I cinque compagni presto raggiunsero il Lago Grande di Viso (2593 m), dove trovarono diversi “iceberg” che galleggiavano sulla superficie del lago che tuttavia non scoraggiarono West il quale decise di immergersi nelle gelide acque. Al Passo delle Sagnette, raggiunto non senza qualche difficoltà intorno alle 6 del pomeriggio, scorsero finalmente il Rifugio Quintino Sella (3000 m), dove sostarono per la notte. La mattina successiva si rimisero in marcia alle 4.30 per risalire il versante meridionale del Monviso che raggiunsero in tre ore. Nell’ascesa,  fecero buon uso della “Guida delle Alpi Occidentali”, volume primo, pubblicata nel 1889 dalla sezione torinese del Club Alpino Italiano, che descrive in modo dettagliato l’itinerario.

Una volta guadagnata la cima vi sostarono per un’ora e mezza, godendo della vista di un “magnifico panorama sull’intera catena delle Alpi Pennine dal Monte Bianco al Monte Rosa” mentre “un denso strato di nubi” copriva le Alpi Levantine e Liguri. Gli alpinisti rimasero affascinati alla vista dell’enorme “uomo di pietra” posizionato in vetta insieme alla ‘grande croce di ferro’ eretta qualche anno prima da alcune guide. La croce ed una statua bronzea della Madonna posizionata al di sotto furono consacrate dal parroco di Crissolo Don Giacomo Lantermino al cospetto di un cospicuo gruppo di alpinisti, guide e contadini. Nell’occasione il sacerdote scalò la cima per dire messa, nonostante i suoi 70 anni, nel Luglio 1892.

Nel tornare a valle i compagni di escursione presero una scorciatoia, toccando i laghetti Chiaretti (‘ancora un bagno!’) e Fiorenza, quest’ultimo attraversato con una ‘piccola barca’. Quella notte soggiornarono al ‘primitivo’ “Albergo Alpino” al Pian del Re, vicino alle sorgenti del Po. Il giorno successivo ammirarono la ‘colossale’ Grotta del Rio Martino, ‘che penetra nella montagna per una lunghezza di 60 metri’, caratterizzata da stalattiti e stalagmiti e da un lago sotterraneo e cascata, ‘un incredibile e notevolissimo fenomeno naturale’. Una volta a Crissolo, andarono a salutare Don Lantermino, che si rivelò essere ‘un attempato gentiluomo, interessante e acculturato, dotato di genio musicale e con il dono dell’inventiva”. West conclude il suo resoconto rimarcando il fatto che l’ascesa è ‘molto lunga e faticosa, in particolare per le signore’, e che sua cognata fu l’unica donna a salire sul Monviso per quell’estate.

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Monviso e Pian del Re
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Monviso dal Lago di Fiorenza

West consigliò vivamente l’ascesa agli altri membri del Circolo Alpino. Non è chiaro se questi seguirono i suoi consigli, ma i registri documentano un’intensa attività escursionistica soprattutto nei dintorni di Garessio, dove spesso i membri del CAI mostravano interesse nella geologia e la botanica delle Alpi, unita a numerose cene sociali. I documenti testimoniano la fitta rete di contatti e l’assistenza di cui i visitatori stranieri potevano avvalersi nell’affrontare ascese alpinistiche, alcune delle quali, come quella del Monviso, particolarmente difficoltose. Emerge inoltre una radicata interazione tra questi visitatori e un crescente numero di residenti, tra i quali sacerdoti e albergatori, accomunati dall’amore per la montagna e l’escursionismo.

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L’altro lato della Riviera: presenze inglesi nelle Alpi Liguri di fine ottocento

Rispetto al tema degli Inglesi in Riviera c’è una storia ben conosciuta che ci parla di palme immerse nel sole abbacinante, di cieli blu cobalto, di fragranze floreali che permeano un’aria frizzante e pulita, di case variopinte che posano le fondamenta sul bagnasciuga. C’è però un’altra storia che pochi conoscono, una storia che ci porta oltre le giogaie della catena costiera, tra valli strette e incassate, laddove due mondi si incontrano: le Alpi e il Mediterrraneo. Alla fine del diciannovesimo secolo borghi costieri del Ponente come Alassio, Sanremo o Bordighera videro l’insediamento semipermanente di numerose famiglie di Britannici. Questi paradisi mediterranei furono celebrati per la presenza di una vegetazione lussureggiante e il clima mite. A poche miglia di distanza, tuttavia, il paesaggio cambia in maniera quasi spiazzante: progressivamente l’ulivo e la macchia mediterranea cedono il passo alle caducifoglie e infine alle conifere come il Larice (Larix decidua) e l’Abete Bianco (Abies alba). Il clima delle Alpi Liguri, soprattutto il versante settentrionale, presenta lunghi inverni nevosi ed estati fresche e piovose.

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Una veduta di Borgo Maggiore, Garessio, con le cime innevate dell’Alta Val Tanaro

Residenti e visitatori iniziarono ad esplorare le montagne alle spalle della costa, e i villaggi delle Alpi Liguri furono celebrati in famose pubblicazioni tra cui Rock villages of the Riviera (1898) di William Scott o At the Western Gate of Italy (1931) dei coniugi Berry. Clarence Bicknell era solito spendere lunghe estati a Casterino, in alta Val Roia vicino a Tenda, dipingendo soggetti del paesaggio di quell’area. Diversi stranieri residenti nella zona tra Alassio e Albenga stabilirono le loro residenze estive nell’Alta Val di Tanaro, in particolare a Ormea e Garessio, nel versante settentrionale delle Alpi, oggi in Provincia di Cuneo, Piemonte. Il Tanaro sorge nella zona del Monte Saccarello (2200 m slm) e scorre verso Nord per confluire nel Po presso Alessandria. Garessio e Ormea sono i centri principali dell’alta valle e nel tardo diciannovesimo secolo divennero molto popolari tra famiglie inglesi, tedesche, francesi e russe che già frequentavano la Riviera. La valle era abbastanza facile da raggiungere grazie alla presenza di strade storiche, in particolare il collegamento tra Oneglia e Ormea attraverso il Colle di Nava (934 m asl) e quello tra Albenga e Garessio attraverso il San Bernardo (957m asl). La ferrovia Ceva – Ormea, completata nel 1893, aveva inoltre facilitato il collegamento tra la Riviera e la Val Tanaro. I viaggiatori potevano utilizzare la linea Savona – Torino, inaugurata nel 1874, e cambiare a Ceva.

Alla fine del diciannovesimo secolo il pittore irlandese Richard Whateley West risiedette in modo permanente ad Alassio, di cui soleva esplorare i dintorni in cerca di soggetti da dipingere. Dalla produzione artistica di West, oggi conservata prevalentemente presso il museo West di Alassio e in altri musei tra cui il Victoria and Albert Museum di Londra, apprendiamo che il pittore visitò a più riprese e probabilmente risiedette in Val Tanaro a fine ‘800. Le vedute in questione riprendono soggetti diversi, in particolare scorci di villaggi, paesaggi montani, strade e ponti pittoreschi. Abbiamo effettuato una prima ricognizione in zona a Novembre, alla ricerca dei punti di vista di West, ma un tempo particolarmente avverso, con pioggia, nebbia e neve, non ci ha consentito di identificare i paesaggi più ampi. Con l’aiuto di un esperto di storia locale, lo storico medievista Sebastiano Carrara, ci siamo concentrati sulle vedute ‘urbane’ tra cui il dipinto ad olio di una strada con campanile datato 1898 e intitolato ‘Campanile at Ponte, Garessio, Piedmont’ conservato alla VAM. La veduta riprende il campanile dell’Oratorio di San Rocco, mostrando una stretta via del centro, oggi Via Diaz, con persone indaffarate e una donna alla finestra in primo piano. West riprende con accuratezza le caratteristiche architettoniche delle case, tra cui ad esempio gli archi o i tetti sporgenti, evidenziando altresí le condizioni rimaneggiate delle facciate. Oggi alcune delle case sono state innalzate di uno o due piani e la cima del campanile appare più snella, e leggermente modificata.

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Una veduta dell’Oratorio di San Rocco oggi e in Richard West (1898) © Victoria and Albert Museum, London

Le famiglie che nella bella stagione che si stabilivano a Garessio, provenienti essenzialmente da Torino e Genova, e da paesi stranieri come l’Inghilterra, inaugurarono la stagione della villeggiatura, che per l’entroterra ligure e il Basso Piemonte ebbe i suoi fasti nella prima metà del Novecento. Un articolo del Secolo XIX datato 5-6 Agosto 1898 ci riporta la lista dei villeggianti di Garessio, tra cui due inglesi, Mr Werrel and Mr H. West, entrambi di Londra. I West erano membri attivi del locale Circolo Alpino, inaugurato nel 1897, primo in Val di Tanaro e ancora attivo oggi. I soci del circolo tenevano un diario, oggi conservato presso la Biblioteca Civica di Garessio, annotando le escursioni, corredando le descrizioni di informazioni tecniche e aneddoti. Leggiamo ad esempio che i giorni 16 e 17 Settembre 1898 Mr Richard West, Ms (sic) G. E. West, Mr H. H. West e il signor Vittorio Tartini fecero un’escursione alle grotte di Bossea. Tra il 31 Agosto e il 1 Settembre dello stesso anno H. H. West descrisse un’ascesa al Monviso (3843 m, il monte piú alto della Provincia di Cuneo) effettuata con R W. West. La descrizione, scritta a mano in inglese, é corredata di alcune foto storiche del Monviso.

Otto miglia a monte di Garessio, lungo la valle a 736 m slm sorge Ormea. Qui nel tardo diciannovesimo secolo fu costruito un Grand Hotel per l’aristocrazia e l’alta borghesia inglese, francese, tedesca, russa e italiana. Nello stesso periodo fu istituito il Casinò di Ormea, collegato al Casinò di Sanremo. Attualmente il palazzo del Grand Hotel ospita la Scuola Forestale di Ormea mentre l’edificio del Casinò é una villa privata, Villa Bologna. I segni del passato prestigioso di Ormea sono ancora riscontrabili nel paesaggio, in particolare in diverse ville e tenute, tra cui quella che ospitò un granduca Russo. Tracce della presenza inglese sopravvivono nella toponomastica, come nel caso della Passeggiata degli Inglesi, lungo il Tanaro.

Oggi Garessio e Ormea sono i centri principali dell’Alta Val Tanaro. A partire dal dopoguerra divennero destinazioni turistiche molto popolari per gli sport invernali, in particolare per genovesi e torinesi, e in questo periodo furono edificati numerosi nuovi edifici. Più recentemente si è verificato un calo delle presenze turistiche che, unito alla chiusura di alcune importanti fabbriche tra cui una cartiera, contribuirono al calo demografico dei due paesi. A Garessio la popolazione é passata da 6457 a 3362 unità tra 1951 e 2011. Per la sua vicinanza alla Liguria la Val Tanaro rappresenta tuttavia ancora oggi una delle destinazioni piu popolari tra i liguri amanti degli sport invernali e dell’escursionismo.

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Le cime che sovrastano la Val Tanaro sono spesso visibili da Genova in occasione di giornate terse

Industrializzazione all’alba del ventesimo secolo a Genova: Alfred Sells a Cornigliano

A partire dalla fine del diciannovesimo secolo, il Ponente genovese ha vissuto un fenomeno di progressiva industrializzazione. I borghi costieri di Sampierdarena, Cornigliano e Sestri Ponente, fino ad allora località dalla spiccata vocazione marittima, videro il graduale insediarsi di industrie e infrastrutture portuali. Nei secoli precedenti la favorevole topografia dell’area, con pianure alluvionali allo sbocco dei torrenti aveva consentito un notevole sviluppo dell’agricoltura, specialmente nella zona di tra Sampierdarena e Cornigliano, aree caratterizzate dalla presenza di numerose ville cinque e seicentesche. La produzione artistica di Alfred Sells riguarda principalmente vedute di aree rurali o costiere delle due Riviere e rispettivo entroterra, mentre solo occasionalmente l’artista inglese dipinge paesaggi urbani. Nel 1900 Sells produsse un acquerello di Cornigliano e parte di Sampierdarena intitolato ‘from La Colombara, Cornigliano, Liguria, 1900’. L’area della Colombara è identificata storicamente nella collina immediatamente alle spalle della tra Cornigliano e Sestri Ponente. Era una zona che Alfred Sells, conosceva probabilmente molto bene, dato che suo nipote Charles de Grave Sells, che fu uno dei fondatori del Genoa Cricket and Football Club, visse a Cornigliano proprio a cavallo del ‘900.

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Alfred Sells, from La Colombara, Cornigliano, Liguria, 1900.

La veduta è orientata verso Est, con la lanterna e il Promontorio di Portofino distante sullo sfondo. Oggi l’intero settore si presenta intensamente urbanizzato, a causa della presenza di voluminosi edifici, sia fabbriche che palazzi, costruiti soprattutto in seguito al boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta. Pertanto, l’identificazione del preciso punto di vista è stata particolarmente difficoltosa. Durante una serie di indagini sul campo, abbiamo usato i punti noti dell’acquerello, in particolare la Lanterna e il Promontorio di Portofino, cercando potenziali posizioni da cui fosse possibile osservarli con la stessa posizione prospettica del disegno. Il punto di vista più plausibile è dalla parte bassa di Salita dei Sessanta: si tratta di una mattonata (creuza in genovese) che collegava Cornigliano a Coronata lungo il crinale, oggi sostituita dalla moderna e carrozzabile Via dei Sessanta. Dalla parte bassa di Salita dei Sessanta, in posizione leggermente sopraelevata rispetto all’Aurelia e alla stazione ferroviaria di Cornigliano, è possibile vedere Portofino e la Lanterna, circondati da palazzine anni ’60 e alcune antiche ville.

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La zona oggi da un punto sopraelevato, presso Via dei Sessanta
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Da Salita dei Sessanta, in prossimità del punto di vista originale, è possibile osservare la villetta, la Lanterna e il Promontorio di Portofino

In basso sulla destra Sells dipinge una grossa abitazione rossa con torretta, molto vicina al mare; l’edificio esiste ancora attualmente, molto vicino alla stazione ferroviaria, circondato da un lato dall’Aurelia e dall’altro dalla ferrovia. Un tratto di ferrovia è visibile nell’acquerello, quasi del tutto nascosto dagli edifici, parallelo alla linea di costa. Una targa posta sopra il portone indica la data in cui l’edificio è stato probabilmente costruito, 1898, due anni prima che Sells dipingesse la veduta. L’edificio è noto come ‘Palazzina du Sciu Romeo’; in estate, nella stagione delle acciughe, il Signor Romeo impiegava alcune donne del posto nella salatura e invasettamento delle acciughe (Il Corniglianese, Marzo 2013). A partire dal 1917 l’edificio divenne la sede del Club dei Pescatori di Cornigliano. Nel 1900, l’area costiera di Cornigliano appare già intensamente urbanizzata; la veduta mostra un tessuto urbano piuttosto variegato, con edifici moderni, magazzini e antiche ville con piccoli giardini. Una serie di ciminiere, tra le quali una piuttosto alta e fumante in primo piano che domina la veduta di Sells, dimostrano come Cornigliano, all’inizio del secolo, stesse vivendo uno sviluppo industriale prorompente. In seguito alle evoluzioni tecnologiche e alla crisi economica dell’industria pesante molte di queste ciminere sono state smantellate, e solo alcune, come nel caso di una ciminiera in Via Umberto Bellotti, sono rimaste come esempi di archeologia industriale. Anche se non è stato possibile identificarla con precisione, è plausibile che questa ciminiera sia una di quelle disegnate da Sells in primo piano.

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Antica ciminiera in Via Bellotti

Il mare di fronte a Cornigliano è solcato da alcune barche a vela e da una barca a motore, mentre tre moli artificiali rappresentano l’inizio dell’espansione del porto verso Ponente avvenuta nel ventesimo secolo. Attualmente la linea di costa è arretrata considerevolmente a causa di una colata a mare che ha consentito di costruire nuove strutture tra cui l’acciaieria dell’Italsider e in parte l’aeroporto di Genova. Sullo sfondo la Lanterna e la caserma di San Benigno sorgono sull’omonimo promontorio roccioso che si presenta ancora intero. Sarà presto progressivamente smantellato per facilitare le vie di comunicazione tra il centro e Sampierdarena ed estrarre materiale per l’ampliamento del porto.

Un problema di identificazione: Elizabeth Fanshawe (1779 – 1856) nella Genova ottocentesca

Elizabeth Fanshawe era un’artista dillettante britannica che ha viaggiato attraverso la Liguria tra 1829 e 1831, producendo una serie di vedute e schizzi topografici della Riviera, di Genova e dell’Appennino. Molti di questi disegni (spesso si tratta di acquerelli) sono stati identificati, ma in alcuni casi, soprattutto per la zona di Genova, la localizzazione è risultata più difficile. La veduta di cui parliamo è intitolata 1 1st view of the Mediterranean after leaving Genoa’. La prossimità del Promontorio di Portofino e il Monte Moro a media distanza suggeriscono che il punto di vista potrebbe trovarsi al di fuori delle mura orientali della città ottocentesca, oltre il Bisagno tra i quartieri di San Fruttuoso, Albaro e Sturla. La legenda indica che il punto di vista è posizionato laddove il Mediterraneo si mostrava per la prima volta ai viaggiatori che lasciavano la città. Non c’è una data, né sappiamo quale fosse la direzione di Elizabeth Fanshawe, ma da altri disegni, datati, sappiamo che attraversò la città nel Novembre 1829.

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Elizabeth Fanshawe, 1st view of the Mediterranean after leaving Genoa’, wash drawing on paper (130 x 230 mm)

L’Aurelia attraversava il Bisagno a Sant’Agata, risaliva la collina di San Martino d’Albaro per guadagnare la costa presso Sturla (Tolozzi, 1985). Nel periodo Napoleonico una valida alternativa a questo tracciato passava il Bisagno presso Borgo Pila. La via attraverso Ponte Pila era chiamata Strada Provinciale (Palumbo 2001) ed era probabilmente il collegamento viario principale. Federico Alizeri (1875) segnala la vista che il viaggiatore può godere dalla nuova strada grazie all’assenza di costruzioni intorno. In un passo successivo, tuttavia, consiglia ai viaggiatori di optare per il vecchio percorso per la presenza di ben più interessanti chiese e ville. Proviamo a definire in quale punto i viaggiatori diretti ad Est godessero per la prima volta della vista del Mediterraneo. L’Aurelia attraversava i nuclei di San Martino d’Albaro, Vernazza e San Rocco, mentre la strada nuova, costruita nel periodo napoleonico, si sviluppava lungo un versante terrazzato con case sparse.

È ipotizzabile che Elizabeth Fanshawe percorse una di queste strade; entrambi i tracciati risalivano la collina di Albaro per riportarsi sul versante a mare e piegare verso sud presso San Martino. Attualmente la zona è intensamente urbanizzata e il paesaggio appare molto diverso da quello che Elizabeth Fanshawe aveva potuto godere. Cosí Davide Bertolotti, nel suo Viaggio nella Liguria Marittima (1834, p. 39) ci descrive questo tratto di strada:

‘Spiccasi la via orientale dalla porta della Pila, valica il Bisagno, acquista l’erta, e giunta a San Martino d’Albaro, scopre il mare con prospetti di tutta dolcezza. Chinandosi poscia alla spiaggia e radendola, passa il torrente Sturla sopra nobil ponte, e s’affila lungo i ridenti ed adorni villaggi di Quarto e di Quinto.’

Alcuni elementi geografici presenti nell’acquerello forniscono ulteriori informazioni. Lo sfondo della veduta è in parte occupato dalla dorsale appenninica che corre parallela al mare tra Genova e Portofino. In particolare, la visione prospettica dei monti Moro e di Portofino, che si ‘toccano’ in modo immaginario in corrispondenza del medio versante del Monte Moro e della località Gaixella, sul Promontorio. La stessa visuale prospettica delle due elevazioni si può avere dalla Madonna del Monte, sulla collina sopra San Martino, da cui si può avere una visione generale della zona.

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La vista dalla Madonna del Monte, mostra similitudini con il paesaggio disegnato da Elizabeth Fanshawe

Sulla destra, si riconosce un edificio religioso, una chiesa o oratorio, con una processione in corso. Sono stati identificati 4 potenziali edifici tra San Martino di Albaro, Sturla e Quarto. Per ogni edificio sono stati valutati:

1) L’aspetto esterno nel periodo considerato ((1829 circa), le caratteristiche architettoniche e l’orientamento dell’edificio; nel caso del disegno, la facciata sembra essere rivolta a Nord

2) La posizione del sito in relazione all’antica viabilità

3) La vista dal sito

I quattro potenziali siti sono:

1) Monastero di Santa Chiara di San Martino

2) Chiesa di San Martino d’Albaro

3) Oratorio di San Rocco di Vernazza Morte e Orazione

4) Chiesa e Ospitale di San Giacomo, Quarto

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San Rocco di Vernazza

 

Antiche chiese

È possibile, tuttavia, che l’edificio non esista più, o che sia stato inglobato nel tessuto urbano e mutato di destinazione d’uso. Durante una delle tante uscite sul campo, in compagnia della storica dell’arte Raffaella Bruzzone, è un edificio privato sotto Forte San Martino che è probabilmente stato in passato una cappelletta. La facciata è orientata a nord-ovest, proprio come nel disegno, anche se il suo aspetto e le dimensioni sono molto diverse. La posizione è invece molto simile, così come la vista, anche se ormai quasi completamente ostruita dagli edifici.

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Potenziale sito presso Forte San Martino

Tra tutte le ipotesi, l’oratorio di San Rocco di Vernazza, posizionato poco a ridosso della vecchia Aurelia, è senz’altro l’edificio che si presenta più simile a quello del disegno. Sussistono però alcune differenze sostanziali: la facciata è orientata a sud-est invece che a nord-ovest, e la visuale della Riviera di Levante rimane ostruita dal crinale orientale della bassa Valle Sturla. Inoltre, l’edificio è stato modificato nel 1923 con l’ampliamento della facciata; non sono state ritrovate finora immagini dell’oratorio prima del 1923, anche se probabilmente esistono delle fotografie. Non è stato possibile identificare con precisione il sito della veduta di Elizabeth Fanshawe; l’ipotesi più plausibile è che si tratti della zona di San Martino d’Albaro, anche se ulteriore ricerca documentaria e di campo è necessaria per confermare questa tesi.

James Pattison Cockburn (1779 – 1847) in Valle d’Aosta

Con la fine delle guerre napoleoniche il numero di viaggiatori in Italia aumentò considerevolmente e un crescente numero di artisti dilettanti visitò la Valle d’Aosta. Sir Richard Colt Hoare (1758–1838) fu uno dei primi scrittori di viaggio britannici a fare menzione della valle nel suo Hints to the Travellers in Italy (1815), dove esaltò la Valle d’Aosta e i laghi italiani in quanto ‘regione unica per gli artisti’ dove ‘l’ameno paesaggio italiano di Claude Lorrain’ contrasta con ‘lo scenario alpino di Salvator Rosa’ (1815, p. 21). Le prime illustrazioni a stampa della Valle d’Aosta cominciarono a circolare negli anni ’20 dell’800. Tra le più note, c’è una serie di vedute della valle disegnate da James Pattison Cockburn (1779–1847), ufficiale dell’esercito e acquerellista. I disegni furono pubblicati in una raccolta intitolata Views in the Valley of Aosta Drawn from Nature (1823); si tratta di 30 tavole raffiguranti spettacolari scenari della valle, sublimi vedute di cime rocciose, castelli e rovine di acquedotti e ponti romani.

James Cockburn, che proveniva da una famiglia con forti tradizioni militari, ebbe occasione di viaggiare diffusamente durante la sua carriera. Nacque a New York e per due anni frequentò la Royal Military Academy a Woolwich, dove ebbe come insegnante Paul Sandby. Partecipò alla presa di Cape Colony nel 1795, al raid di Manila nel 1798 e agli assedi di Copenhagen (1807) e Antwerp (1809). Nel 1800 sposò Elizabeth Vansittart a Cape Colony, da cui ebbe cinque figli e due figlie. Rimase d’istanza presso una caserma a Norwich per molti anni ed è qui che entro in contatto con artisti del luogo come John Sell Cotman e John Thirtle della Norwich Society of Artists, dai quali fu influenzato nella sua produzione artistica. Dopo il 1815 Cockburn sfruttò le rinnovate condizioni di pace in Europa per visitare Napoli e Pompei nel 1816-18 e produrre vedute topografiche degli scavi archeologici. Molti di questi disegni furono pubblicati nella raccolta intitolata Delineations of the Celebrated City of Pompeii, Engraved by W. B. Cooke, from Accurate Drawings made in the Year 1817 by Major Cockburn (Londra, 1818). Cockburn mostrò più di 200 suoi paesaggi di Napoli e dintorni al compositore tedesco Louis Spohr, il quale rimase impressionato dalla sua abilità a catturare i dettagli del paesaggio. Spohr descrisse una ‘macchina’ che Cockburn usava per proiettare su carta una proiezione in scala del paesaggio, probabilmente la camera lucida. Lo storico dell’arte Didier Prioul (1988) definì Cockburn un ‘infaticabile disegnatore’.

Diversi dei suoi disegni furono litografati intorno al 1820: 50 vedute delle Alpi furono pubblicate nel 1822 nella collezione intitolata Views to illustrate the Route to the Simplon ‘disegnate dal vero dal Maggiore Cockburn e incise da J. Harding.’ James Duffield Harding era un noto paesaggista ottocentesco che visitò la Valle d’Aosta nel 1824 e produsse diversi disegni e vedute topografiche. L’album di vedute della Valle d’Aosta di Cockburn, litografate da Augustine Aglio e Thomas Mann Baynes, intitolato Views in the Valley of Aosta, venne pubblicato nel 1823. L’immagine del frontespizio raffigura l’Arco di Augusto ad Aosta (25 a.C.) mentre i due soggetti più comuni delle pagine a seguire sono i castelli, senza dubbio elemento preponderante del paesaggio valdostano, e i ponti che attraversano valli strette e incise. Tra le varie litografie, il pezzo intitolato Entrance to St Martin over a Roman Bridge include entrambi i soggetti in una sola veduta, raffigurando il ponte romano dedicato a San Martino di Tours e il castello posizionato sulla collina sovrastante il villaggio.

James Cockburn St Martin
James Pattison Cockburn (1823) Entrance to St Martin over a Roman Bridge
St Martin 2017 PP Cockburn
Il ponte di Pont Saint Martin, Gennaio 2017

Alcune miglia a monte di Pont Saint Martin si trova il ponte medievale di Moretta, a nord-est dell’abitato di Perloz, raffigurato in un’altra litografia. Il ponte in pietra fu eretto nel 1710 in sostituzione del preesistente ponte in legno. Nonostante gli alberi che incorniciano la veduta, il paesaggio circostante è prevalentemente aperto, roccioso e con scarsa copertura vegetativa.

Cockburn Morreta
James Pattison Cockburn (1823) Pont Moretta above St Martin

Attualmente la valle mostra una copertura arborea molto più estesa, al punto che non è stato possibile riprendere il soggetto dallo stesso punto di vista. Il ponte, tuttavia, conserva il suo fascino, dato dalla spettacolare posizione sopra la forra del torrente e dalla piccola edicola votiva al centro. Il ponte ancora oggi collega l’abitato di Perloz con Tour d’Hereraz nella bassa Valle del Lys. Il torrente Lys è un tributario di sinistra della Dora. Il suo centro principale è Gressoney, che sorge sotto il gruppo del Monte Rosa. La famosa guida di Murray, Hand-book for Travellers in Switzerland and the Alps of Savoy and Piedmont (1838, p. 238) rimarcò l’unicità di questa valle data dalla vicinanza dei ghiacciai e dalla possibilità di innumerevoli percorsi escursionistici. L’area divenne molto popolare tra i viaggiatori britannici, spinti dall’interesse per i Walser, considerati tra i primi seguaci del Protestantesimo.

Morreta 2017 CW Cockburn
Ponte Moretta, Gennaio 2017

James Cockburn venne trasferito in Canada nel 1822/23 e nel 1826 divenne comandante della Royal Artillery, posizione che occupó fino al 1832. In Canada, Cockburn produsse diverse vedute topografiche, raccolte nella pubblicazione anonima Quebec and its Environs; being a Picturesque Guide to the Stranger (1831). Ritornó in Inghilterra nel 1832 dove concluse la sua carriera come direttore del Royal Laboratory del Royal Arsenal di Woolwich (1838-46).

Alfred Sells ad Acquasanta, 1900

Il Reverendo Alfred Sells era un pastore protestante e artista dilettante che insegnò al Malborough College negli anni ’40 dell’800. Nel 1877 Sells emigro in Australia dove divenne sacerdote presso la Holy Trinity Church a Lyndoch, a nord di Adelaide, nel Sud dell’Australia. Ritornó in Europa nel 1888 e risiedette in Liguria tra il 1895 e il 1900 circa. In questo periodo Sells produsse una serie di acquerelli delle due Riviera, di Genova e dell’entroterra, rivelando un innato talento e una certa versatilità nella rappresentazione dei vari elementi del paesaggio fisico e umano. I dettagli del paesaggio sono resi con accuratezza, in particolare gli alberi e la vegetazione.

C’è un acquerello intitolato Roman Bridge, Acqua Santa, Liguria, 1900 che mostra un ponte rotto con un ripido versante boscato sullo sfondo. Si tratta probabilmente della zona di Acquasanta, un piccolo paese della Val Leira nell’entroterra di Voltri, la delegazione più occidentale del Comune di Genova, da cui dista circa 5 km. Il nome Acquasanta deriva dalla presenza di una fonte di acqua solforosa dalle proprietà terapeutiche che secondo Casalis (1834) è conosciuta fin dall’antichità, Una struttura termale è stata costruita nel 1832 ed è probabilmente questo il motivo della visita di Sells nel 1900. Il disegno evidenzia due archi del ponte, di cui uno ormai rotto. Come in molti casi analoghi di viaggiatori ottocenteschi Sells attribuì l’origine del manufatto all’epoca romana, anche se il dato non pare essere supportato da evidenza documentaria. Tuttavia la strada romana Via Aemilia Scauri attraversava il borgo di Voltri lungo la costa e una presenza romana ad Acquasanta, forse proprio per la presenza della sorgente solforosa, non è dunque da escludersi. Inoltre, l’analisi di altre vedute topografiche di Sells ha dimostrato l’accuratezza dell’artista nell’attribuzione dei soggetti dei suoi acquerelli.

Acquasanta
Alfred Sells, Roman Bride, Acqua Santa, Liguria, 1900 (collezione privata)

Storicamente, le valli del Leira e del Cerusa sono state contraddistinte dalla presenza di numerose cartiere; grazie alle condizioni geologiche e climatiche, l’area gode di una particolare abbondanza d’acqua che è stata sfruttata nell’industria cartaria. Diverse cartiere erano collocate lungo il torrente, spesso provviste di canali di cui è ancora in parte rimasta traccia. Abbiamo condotto ricerche sul campo ad Acquasanta a Maggio 2017 senza essere però riusciti a identificare il sito con precisione. Alcuni abitanti hanno riferito che potrebbe trattarsi di un canale localizzato lungo il Rio Baiardetta che portava acqua ad una cartiera localizzata proprio ad Acquasanta. Il manufatto è stato distrutto durante l’alluvione del 1970 che fu particolarmente violenta nella zona del Ponente Genovese. Un altro abitante di Acquasanta ha identificato il materiale di costruzione, di colore rossiccio, riferendo che si tratta probabilmente di bielenite, di cui è presente una cava alla Baiarda. Il colore rossiccio è dato dalla presenza di ferro, un minerale presente nelle ofioliti del Gruppo del Beigua. L’irto versante che fa da sfondo al disegno mostra due distinti tipi di uso del suolo.

Nella parte sinistra, il pendio mostra una fitta vegetazione composta da alberi di colore verde scuro, molto probabilmente pini. A causa dell’aciditá del suolo, il pino trova qui condizioni idonee, a differenza delle latifoglie. La diffusione del pino nella zona è stata inoltre agevolata dall’uomo, a causa di numerose opere di riforestazione eseguite in passato, in particolare di Pinus pinaster e Pinus nigra. Potrebbe in alternativa trattarsi di Quercus ilex, che presenta una colorazione simile, anche se una sua presenza così diffusa nell’area dovrà essere dimostrata da ulteriori indagini sul campo che svolgeremo durante l’estate. La parte destra del versante ha un diverso tipo di uso del suolo, con alberi di colore verde chiaro sparsi in modo uniforme in un contesto di paesaggio aperto e prativo, forse utilizzato a fini di sfalcio o per il pascolo degli animali. Si tratta probabilmente di alberi di castagno, ancora piuttosto diffuso nella zona.

Acquasanta oggi
Una delle cartiere di Acquasanta, (fotografia presa da http://www.ceviniarchitetti.it)

Non c’è più traccia del ponte/canale oggetto dell’acquerello di Sells e il sito è attualmente piuttosto difficile da raggiungere a causa della vegetazione riparia. A Maggio 2017 il livello dell’acqua era ancora piuttosto alto e impediva di camminare lungo il letto del torrente. Prossimamente eseguiremo ulteriori indagini in sito, sfruttando la stagione estiva e il periodo di siccità per provare a identificare il punto di vista con maggior precisione.

 

Henrietta Fortescue e il Castello di Montmayeur, Val d’Aosta

Incastonata nell’estremo angolo nord-occidentale d’Italia, circondata dai picchi più alti d’Europa, la Valle d’Aosta ha rappresentato per secoli un luogo di passaggio preferenziale tra l’Italia e il Nord Europa attraverso i valichi del Grande e del Piccolo San Bernardo. I Romani vi fondarono Augusta Praetoria Salassorum (l’odierna Aosta), localizzata al centro della valle in posizione strategica. La cittá, che conserva ancora adesso la sua ereditá classica, costituí per secoli una tappa importante per viandanti e pellegrini diretti in Italia e a Roma in particulare.Con la Piccola Era Glaciale e la progressiva espansione dei ghiacciai i valichi alpini diventarono presto impraticabili per buona parte dell’anno, con il conseguente isolamento della regione. Nel diciottesimo secolo i viaggiatori stranieri diretti in Riviera evitavano la Valle d’Aosta valicando le Alpi attraverso il Moncenisio, il Sempione e il Brennero, o navigando attraverso la costa ligure. Turner visitó la regione nel 1802 provenendo da Chamonix attraverso il Col du Ferret e Courmayeur. In quell’occasione produsse il suo famoso ‘Snow Storm: Hannibal and his Army Crossing the Alps’, esposto alla Royal Academy nel 1812. Il quadro contribuí enormemente a diffondere l’immagine e il nome della Valle d’Aosta tra i viaggiatori inglesi. Henrietta Anne Fortescue (1763-1841) apparteneva ad una ricca famiglia del Devon, i Colt Hoares, e sposó in seconde nozze Matthew Fortescue, fratello del First Earl Fortescue. Henrietta fu una delle prime artiste dilettanti a visitare e a rappresentare i paesaggi della Valle d’Aosta. Tra Settembre e Novembre 1817, durante un lungo viaggio attraverso l’Europa, la Fortescue risiedette nella zona insieme al marito e alla figlia maggiore.

La Collezione d’Arte della Regione Valle d’Aosta conserva un patrimonio di vedute topografiche prodotte dalla Fortescue in occasione di quel viaggio. Si tratta di disegni dai soggetti più disparati, caratterizzati da uno stile romantico, fedeli riproduzioni degli elementi più tipici del paesaggio alpino tra cui pareti rocciose a strapiombo, impetuosi torrenti, cascate, castelli e rovine. Abbiamo potuto visionare la collezione Fortescue e altre vedute topografiche della Valle d’Aosta nel Gennaio 2017 e approfittiamo per ringraziare lo staff della regione per il supporto e la competenza dimostrati in quell’occasione. Queste vedute sono state giá state pubblicate in cataloghi ed alcune di esse sono state esposte durante una mostra organizzata presso il Forte di Bard nel 2006 (http://www.fortedibard.it/eventi/archivio). Una delle vedute più interessanti mostra un castello abbandonato in Valgrisenche, non lontano dal Parco Nazionale del Gran Paradiso. Si tratta di un disegno a penna e acquerellato intitolato ‘The Chateau de Montmayeur, in the Val d’Aosta’ e datato 3 Novembre 1817. La veduta presenta diverse annotazioni scritte a penna indicanti il colore delle rocce e le specie vegetali presenti nella veduta, a dimostrazione della competenza botanica dell’autrice. Abiamo condotto lavoro di campo in Valgrisanche nell’Aprile 2017; l’identificazione del punto di vista é stata possibile grazie all’aiuto di alcuni agenti del Corpo Forestale dello Stato di Villenueve. Il punto di vista della veduta é situato sull’orlo di una bancata rocciosa a picco sulla forra del torrente a circa 5 km dal borgo di Arvier.

Fort 21
H A Fortescue, Le Chateau de Montmayeur in the Val d’Aosta, Nov 3 1817. (Su concessione della Regione Autonoma Valle d’Aosta)
Fortescue general
Il sito oggi

La posizione remota del sito, raggiungibile dopo aver superato il dislivello della valle sospesa, retaggio di antiche forme glaciali, testimonia lo spirito avventuriero di questa viaggiatrice atipica. Mentre tanti viaggiatori si limitavano a visitare la valle centrale, Fortescue ha esplorato la valle in lungo e in largo, presumibilmente a piedi o a dorso di animale, attraverso sentieri disagevoli. La veduta mostra ‘ginepri tra le rocce’ (l’annotazione é sovrascritta) in primo piano. Diverse macchie a ginepro sono ancora presenti nel sito attorno a Montmayeur. L’identificazione della specie é stata possibile grazie all’aiuto degli agenti del Corpo Forestale: si tratta di Juniperus sabina, una specie di ginepro che cressce sulle Alpi tra 1000 e 3000 metri di altitudine. Il confronto tra il disegno e la situazione attuale testimonia l’accuratezza della rappresentazione Fortescue, suggerendo una continua presenza della specie nel sito per almeno 200 anni Un’altra annotazione rivela che gli alberi sono ‘tutti abeti bianchi’ e che il versante destro nel disegno é caratterizzato da ‘roccia grigia e giovani abeti bianchi’. Oltre all’Abete Bianco (Abies alba), durante la ricognizione in sito sono state identificate diverse specie di conifere come il Larice (Larix decidua), il Pino Silvestre (Pinus sylvestris) e l’Abete Rosso (Picea picea). Le specie più rappresentative di latifoglie sono il Castagno (Castanea sativa), il Pioppo Tremulo (Populus tremula) e la Betulla (Betula betula). La veduta mostra altri aspetti del paesaggio alpino tra cui le rocce, le strade e il castello di Montmayeur. Il paesaggio attuale appare maggiormente boscato rispetto alle condizioni ottocentesche con macchie di conifere che coprono quelle che un tempo erano radure e scarpate rocciose. Con riferimento alla Carta Geologica della Regione Valle d’Aosta, la zona intorno a Montmayeur é caratterizzata da Micascisti, gneiss albitici e scisti grafitici con frequenti intercalazioni di metabasiti. Le rovine del castello di Montmayeur, costruito nel 1272 dove sorgeva un edificio del decimo secolo, si ergono su di un picco roccioso che domina la valle. Il principale elemento di discontinuitá tra la veduta della Fortescue e il paesaggio attuale sta nella maggiore copertura vegetativa che é andata ad interessare aree precedentemente deputate al pascolo. Il fenomeno si é verificato negli utimi 50 anni, con la progressiva riduzione delle pratiche agro-silvo-pastorali.

Fortescue juniper
Juniperus sabina sulle rocce di Montmajeur

 

Palme e paesaggio agrario nella Riviera di Ponente

 Le palme sono un elemento rappresentativo del paesaggio della Riviera Ligure di Ponente e in particolare di Sanremo e Bordighera. La presenza di palme nell’area, e in particolare di Phoenix dactylifera, risale probabilmente al Medioevo. Flavio Biondo nella sua Italia illustrata (1453) descrive il territorio di Sanremo come una terra ricca di limoni e palme, queste ultime rarissime in Italia, benedette e distribuite alla popolazione il giorno della Domenica delle Palme. Ancor prima che per il loro valore estetico, le palme rappresentavano un’importante fonte di reddito per le comunitá locali. Intere famiglie di palmurá di Sanremo e Bordighera erano impiegate nelle operazioni di coltivazione, potatura e intreccio delle palme che poi erano utilizzate per le celebrazioni religiose di Ebrei e Cristiani. La diffusa presenza di palme conferí a quest’angolo di Liguria racchiuso tra le Alpi e il Mediterraneo un carattere quasi tropicale che emerge nelle descrizioni dei viaggiatori ottocenteschi. Com’ebbe ad osservare Lucy nel Doctor Antonio di Ruffini, a guardare le palme di Bordighera si potrebbe pensare di essere in Asia Minore (p. 129). Nel XIX secolo questa era la Gerico d’Europa ed é questo il momento in cui una moltitudine di viaggiatori stranieri visitó la Riviera di Ponente per il suo clima mite e il paesaggio attraente.

Nella seconda metá del secolo i visitatori stranieri cominciarono ad insediarsi lungo la Riviera; tra loro vi erano alcuni illustri botanici ed agronomi che contribuirono ad arricchire il patrimonio di specie di palme e di altre varietá di piante esotiche. Ludwig Winter era un giardiniere ed architetto del paesaggio di origine tedesca che lavoró alla progettazione del giardino di Villa Mortola. Winter si insedió a Bordighera negli anni ’70 del XIX secolo e cominció ad importare  e coltivare nuove varietá di palma nelle serre e nei giardini di Bordighera e in particolare presso la valle del Sasso. Questa piccola valle é stata storicamente caratterizzata dalla presenza di un palmeto che é considerato il più settentrionale d’Italia. Nel XIX secolo la valle divenne meta preferenziale di artisti che vi si recavano per immortalare il giardino di Winter. Nel 1864 l’artista bordigotto Giuseppe Ferdinando Piana realizzó alcuni affreschi della Val di Sasso nell’Hotel Angst di Bordighewra, mentre 20 anni dopo Claude Monet rappresentó una casa rurale della valle, circondata da una vegetazione lussureggiante. L’artista tedesco Herman Nestel (1888) realizzó diversi dipinti ad olio della Val di Sasso, uno dei quali é oggi presso l’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Una veduta a stampa della Val di Sasso di Nestel fu pubblicata, contribuendo alla popolarizzazione della zona, che nel XIX secolo era una delle principali attrazioni di Bordighera.

I disegni e i dipinti riprendono con fedeltá il paesaggio rurale della valle, caratterizzato da una vegetazione lussureggiante e dalla presenza di muretti a secco. Come in altri contesti della Liguria anche qui i terrazzamenti erano caratterizzati dalla coesistenza di diverse coltivazioni nell’ambito dello stesso campo, secondo la tecnica della coltura promiscua. Le palme della Val di Sasso venivano piantate lungo i margini dei terrazzamenti per fornire ombra e riparo ad ortaggi, legumi e alberi da frutto tra cui fichi, aranci e melograni. Un acquerello di Clarence Bicknell (1906) mostra alcuni terrazzamenti della Val di Sasso caratterizzati dalla presenza di una palma e da un fitto canneto le cui canne venivano tradizionalmente utilizzate negli orti. Il terrazzamento in primo piano é sostenuto da un muretto, probabilmente a secco, mentre altri terrazzamenti sullo sfondo sono in parte coperti da un uliveto, riconoscibile per il colore argenteo degli alberi, e in parte aperti. L’acqua del Torrente Sasso era in parte deviata tramite un canale (chiamato Beo in dialetto) che irrigava i terrazzamenti fino a raggiungere Bordighera Alta. Nel XX secolo le palme persero progressivamente importanza e furono spesso sostituite da altre più redditizie essenze tra cui la mimosa e dalla coltivazione di fiori e asparagi.

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Clarence Bicknell, Val di Sasso, 1906 (Image courtesy of the Clarence Bicknell Association http://www.clarencebicknell.com, all rights reserved, Copyright Marcus Bicknell 2017)

Abbiamo effettuato un sopralluogo nella zona a Marzo del 2017 durante una visita di studio e ricerca nella Riviera di Ponente. La parte alta della valle puó essere raggiunta dall’abitato di Sasso, in posizione panoramica lungo il crinale tra la Val di Sasso e la Valle del torrente Borghetto. L’area mostra ancora la sua vocazione agricola anche se molti terrazzamenti un tempi in uso sono attualmente in fase di abbandono, con la vegetazione pioniera composta da ginestra (Genista spp.) ed Erica arborea (Erica arborea) ad invadere i campi. Piantagioni semi-spontanee di palme della specie Chamaerops humilis, con esemplari sparsi di Phoenix canariensis  si ritrovano ancora lungo i terrazzamenti. Le palme sono spesso circondate da ulivi, isolati eucalipti e boschetti di mimosa. Tra le specie di latifoglie autoctone ritroviamo il Frassino (Fraxinus ornus)e la Roverella (Quercus pubescens), mentre la conifera maggiormente rappresentata é Pino d’Aleppo (Pinus halepensis).

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L’alta Val di Sasso oggi

Queste specie sono particolarmente abbondanti lungo il corso del torrente. La parte bassa della valle vicino alla foce del Sasso é caratterizzata da una più alta densitá di palme, in particolare Phoenix dactylifera. Il giardino creato da Winter nel 1875 é rimasto in abbandono per diverse decadi e solo recentemente é diventato parco pubblico. Lungo il torrente Sasso, che era quasi in secca, si trova il cimitero di Bordighera (con il cimitero inglese) e diverse serre, di cui molte in abbandono. Il vecchio canale dell’acqua é ancora oggi un sentiero che viene ancora percorso da occasionali turisti alla ricerca di pace e tranquillitá a due passi dalla costa della Riviera di Ponente.

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La bassa valle vicino al cimitero di Bordighera